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NAPOLI, "MORSO DI LUNA NUOVA" DI ERRI DE LUCA AL NUOVO TEATRO NUOVO
(Articolo letto 2416 volte)

Sarà il Teatro Nuovo di Napoli ad ospitare, venerdì 5 febbraio 2010 alle ore 21.00 (repliche fino a domenica 14) il debutto partenopeo di Morso di luna Nuova, presentato dalla compagnia Gli Ipocriti.


Tratto dall’omonimo racconto per voci in tre stanze scritto da Erri De Luca, lo spettacolo affronta il periodo tragico vissuto dai napoletani durante la seconda guerra mondiale, quando la città era assediata dalle truppe tedesche.

In scena Giovanni Esposito, Antonio Marfella, Luna Romani, Antonella Romano, Giampiero Schiano, Antonio Spadaro, Simone Spirito, Pino Tufillaro danno vita ad un micromondo capace di suscitare intense emozioni, guidati dalla regia di Giancarlo Sepe. Le scene e costumi sono a cura di Bruno Buonincontri, le musiche di Harmonia Team con la collaborazione di Davide Mastrogiovanni, il disegno luci di Rocco Giordano.

In un rifugio antiaereo, scosso dalle bombe sempre più vicine, un piccolo gruppo di napoletani consuma la sua esistenza. Sono un vecchio generale fascista a riposo, un giovane romantico, un ingenuo balbuziente, un disincantato falegname e un pescivendolo che cova in sé il segreto d'essere ebreo. C'è la famiglia del portiere, ingiustamente accusato di borsa nera quando, in realtà, già tesseva trame di rivolta.

Ecco il tema di questa storia: la rivolta, le famose Quattro Giornate che liberarono la città dall'oppressione tedesca. Quei disperati del popolino, rassegnati e sognatori, cominciano a coltivare la propria dignità, il proprio riscatto. Come per contagio, lentamente, si diffonde la voglia di riscatto. La rassegnazione lascia il posto alla rivendicazione.
Scandito in quadri che segnano il passare dei mesi, tra sogni e ansie di fuga, tra ricordi e fame implacabile, il gruppo arriverà compatto alle giornate del riscatto.

Il testo tesse, con un occhio alla storia e uno all'oggi, la trama di un coro popolare, fatto di suoni antichi e battute sagaci. Riesce a ricreare, in un gioco tutto metateatrale, un lungo e divertente siparietto da avanspettacolo, affidato alla "coppia comica" del gruppo. Per sollevare gli animi afflitti e senza speranza dei rifugiati non c'è niente di meglio che rispolverare il vecchio teatro, giocando con le parole e con la retorica delle canzoni patriottiche.

La lingua utilizzata da Erri De Luca, non per scelta stilistica ma in quanto “lingua madre”, consente di cambiare continuamente registro narrativo; addirittura all’inizio della terza stanza due dei personaggi, per alleggerire l’atmosfera di quel tugurio bellico, inscenano una farsa che ricorda i canovacci di Petito e Scarpetta. Nel parossismo dei bombardamenti, quelle persone, costrette dagli eventi a ritrovarsi, per giorni e giorni, nello stesso ricovero, tirano fuori la loro estrema napoletanità e la loro fiera umanità che rende il racconto un piccolo capolavoro drammaturgico dell’autore.

Morso di luna nuova, di Erri De Luca
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo - dal 5 al 14 febbraio 2010
Info e prenotazioni al numero 0814976267 email
botteghino@nuovoteatronuovo.it
Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.00 (domenica)


Da venerdì 5 a domenica 14 febbraio 2010
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo

Gli Ipocriti
presentano

Morso di luna nuova
di Erri De Luca

personaggi e interpreti
Oliviero, Giovanni Esposito
Gaetano, Antonio Marfella
Elvira, Luna Romani
Rosaria, Antonella Romano
Emanuele, Giampiero Schiano
Biagio, Antonio Spadaro
Armando, Simone Spirito
Il Generale, Pino Tufillaro

scene e costumi Bruno Buonincontri
musiche a cura di Harmonia Team con la collaborazione di Davide Mastrogiovanni
disegno luci Rocco Giordano

regia Giancarlo Sepe

Durata della rappresentazione 80’ circa, senza intervallo

È una Napoli senza cielo quella dell'estate 1943: una città che si rintana nel buio dei rifugi antiaerei, sotto grandi volte di tufo su cui grandina la guerra con i suoi rumori, le sue angosce, i suoi tormenti. Eppure, dentro quelle catacombe, si svolge la vita di alcune persone che cercano disperatamente di tenere stretti i nodi delle loro vite aggrappandosi ad un amore in germoglio, un ideale marcito e un'allegria insensata, finché il vento della rivolta non le trascina fuori dalla tana, restituendo a ciascuna di esse un orizzonte breve che, forse, non sarà ancora cielo ma nemmeno più tenebra.

Età, mestieri e storie differenti, compresse in un assedio, rompono le distanze tra loro e vanno insieme, prima al passo, poi fino al galoppo. La macchina della storia maggiore si chiude a sacco sulle vite individuali, ma ci sono sussulti in cui le singole esistenze spezzano la camicia di forza e inventano la libertà.

La città sta nella tenaglia di due eserciti: uno dentro (i tedeschi) e uno fuori (le truppe alleate). Con le “Quattro giornate di Napoli” (27 – 30 settembre 1943) la popolazione partenopea insorge e, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti, riesce a liberarsi. Morso di luna nuova è il morso di una città che addenta e insegue, fino a sbattere fuori, l’occupante intruso.

La lingua utilizzata da Erri De Luca, non per scelta stilistica ma in quanto “lingua madre”, consente di cambiare continuamente registro narrativo; addirittura all’inizio della terza stanza due dei personaggi, per alleggerire l’atmosfera di quel tugurio bellico, inscenano una farsa che ricorda i canovacci di Petito e Scarpetta.

Nel parossismo dei bombardamenti, quelle persone, costrette dagli eventi a ritrovarsi per giorni e giorni nello stesso ricovero, tirano fuori la loro estrema napoletanità e la loro fiera umanità che rende il racconto un piccolo capolavoro drammaturgico dell’autore.


Note di regia

Alla lettura del testo di De Luca ho avuto come il presentimento che la storia della mia famiglia trovasse in quelle parole, in quelle situazioni raccontate, il proseguimento di un naturale percorso naturale. La mia famiglia ha vissuto la guerra, correndo due volte al giorno al rifugio: la mamma, il babbo, le mie due sorelle e i miei due fratelli. Una bella famiglia piena di gioia e di speranze che nell'agosto del '43 perse una delle due bambine proprio in un rifugio centrato da una bomba alleata. Tutto finì in quel giorno e dopo sono rimasti i ricordi e le struggenti parole di mia madre che piangeva tutte le volte, eppoi nel '46 sono nato io che, nel cuore, lungo tutta la mia vita ho annotato le immagini che quelle parole mi davano: la fuga dal pranzo a casa, il cocomero spaccato a metà nel centro della tavola che aspettava solo di essere divorato da quattro bambini urlanti, l'arrivo al rifugio, il consiglio di alcuni che avevano indotto mio padre a preferire di andare nel profondo del ricovero che era stretto e lungo, e la fine tra le macerie...
In "Finale di partita" di Beckett, il personaggio dopo aver raccontato del mondo andato in malora, di Dio, e dei sopravvissuti dice: "sono pronto".
Credo di poter provare a raccontare questo spettacolo.
Giancarlo Sepe